Giovane pastore con gregge

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Per uno dei miei prossimi presepi ho modellato con l’argilla un giovane pastore e il suo gregge di cinque pecore, in seguito li ho cotti e dipinti a mano. Il pastore ha un’altezza di circa 9,5 cm e le pecore di 6 cm.

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Ma perché si tratta di un giovane pastore? Vi confesso che inizialmente non lo avevo pensato così, anzi nella sua prima versione doveva essere un pastore anziano, con tanto di stempiatura. Tutto è nato da un errore di scala: dopo aver modellato diversi personaggi mi sono accorto che questo era notevolmente più basso degli altri. Ma il bello delle figure di terracotta fatte e dipinte a mano senza stampo è proprio la loro unicità ed ogni difetto tende a diventare “carattere”. Era esile e basso, con il volto liscio: non mi ci è voluto molto per immaginarlo come un ragazzino. Così coperta la “pelata” con una folta chioma è diventato un giovane pastore.

Indossa degli abiti umili: un vello di pecora copre la semplice giacca e ai piedi ha delle calzature di fasce. Nella mano destra impugna un bastone (di legno vero che ho inserito in un secondo momento nella figura in terracotta). Rispecchia l’età anche il fatto che ha la tendenza a “perdere la testa”: non è molto stabile sulle gambe e infatti prima di cuocerlo è caduto d’in piedi svariate volte, tutte col risultato che la testa è rotolata via ed ogni volta ho dovuto riattaccarla con la barbottina. Temo sarà il suo destino anche una volta sul presepe, ma da cotto ci vorrà una buona dose di colla per rimetterlo a posto.

Le pecore sono tutte in pose differenti e anche da loro emerge una diversa personalità per l’osservatore fantasioso. Due pecore sono accucciate, una è più grande, l’altra più piccola e giovane, hanno un’espressione pacifica e serena.

Una è in piedi e guarda alle proprie spalle: è curiosa o spaventata? Il montone è in una posa più statica: guarda dritto davanti a sé, emana sicurezza, aggressività oppure ottusità?

Un’altra, più incerta sulle gambe, è in una posa intermedia che sembra si stia alzando o sedendo. Questa strana posa non era voluta, l’avevo modellata in piedi ma le zampe troppo esili hanno ceduto sotto il peso del corpo. Così si è accasciata esattamente in questa posizione e stupendomi della posa incredibilmente verosimile l’ho lasciata così, limitandomi a colmare le crepe con un po’ di argilla, grato alla pecora di aver trovato da sé la propria posizione.

Il Presepe è una composizione densa di significati simbolici che possono essere letti sia nella globalità dell’opera e nei rapporti tra le varie parti, sia elemento per elemento. L’interpretazione è una vicenda personale, un atto meditativo e non è mai univoca né definitiva. Dobbiamo credere però che niente sia casuale, solo così anche il più piccolo dettaglio potrà essere veicolo di significato. Ci possono essere delle linee guida, degli spunti che dipendono dalle nostre conoscenze e dal nostro vissuto, ma l’ultima parola l’avrà sempre la sensazione che in quel dato momento il simbolo ci comunica.

Il simbolo che anche etimologicamente significa “unire insieme” (dal verbo greco symballo) è un catalizzatore di significati, talmente numerosi che spesso racchiude in se anche aspetti tra loro opposti, con senso sia positivo che negativo. Anche il pastore non fa eccezione in questo.

Il pastore è sicuramente uno dei personaggi più ricorrenti nel Presepe ed una delle poche tipologie che ammettono “doppioni” all’interno dello stesso presepe, a differenza di altri personaggi che compaiono solo singolarmente. E’ talmente comune che il nome che identifica collettivamente tutte le statuine è proprio pastori, esteso per sineddoche non solo ai guardiani dei greggi ma a tutti i personaggi.

Una causa di ciò può essere trovata nel Vangelo in cui è scritto che l’Angelo diede l’annuncio della nascita del Salvatore proprio ai pastori (Luca 2,8-11). Il pastore è qui la parte più umile dell’umanità, la prima e la più degna ad accogliere la notizia della Grazia (Matteo 20,16: “gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi“), mentre il re Erode lo seppe per ultimo, anche dopo i Magi venuti dall’Oriente.

Un altro significato lo troviamo ancora nel Vangelo, dove Gesù si paragona al buon pastore che da la vita per le proprie pecore a differenza del cattivo pastore che le abbandona per fuggire dal lupo (Giovanni 10,11-18).

Già nell’Antico Testamento il pastore è guida spirituale e può essere buono o cattivo quando non si cura delle pecore ma anzi ne mangia la carne e ne strappa le unghie (Zaccaria 11,16-17).

Il pastore è dunque guida d’uomini e nella mitologia greca la figura del re e quella del pastore spesso coincidono (ad esempio Paride stava pascolando il gregge quando fu chiamato a decidere chi fosse la dea più bella). Il simbolo stesso della regalità e del potere, lo scettro, potrebbe derivare dal bastone da pastore.

Potremmo aggiungere che una delle raffigurazioni del dio Hermes lo vuole mentre porta un agnello sulle spalle (Kriophoros) e dobbiamo ricordare che uno dei suoi compiti era quello di accompagnare i defunti nell’Ade (Psicopompo).

Quindi le pecore indicano non solo gli uomini ma anche le loro anime. Il loro colore bianco richiama la morte (in Cina e in Giappone il bianco è il colore del lutto) e l’aspetto vaporoso richiama l’evanescenza dello spirito. Possono essere candide, come le anime pure, o brune e sporche, come i peccatori.

Animale mite per eccellenza è un comune animale sacrificale in molte civiltà, soprattutto l’agnello. Nel Vangelo Cristo è definito da Giovanni “l’agnello di Dio che (immolandosi) toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1,29). Dunque Cristo è sia Pastore che Agnello.

Infine nel linguaggio comune il termine pecora può avere un’accezione negativa come sinonimo di persona pavida o anche indicare individui che seguono ciecamente la massa, i pecoroni.

Dunque trovo molto significativo collocare nel presepe più pastori, ognuno col proprio gregge e in diversi punti del percorso. Potrebbero rappresentare i diversi maestri, profeti, capi e guide di qualsiasi genere, positivi o negativi, a cui si affidano gli uomini. Forse un modo per riconoscerli è guardare quanto siano distanti dal Bambino o se facciano allontanare o avvicinare le pecore a Lui (“Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto“: Luca 6,44). Le pecore potrebbero essere tutte simili, rappresentando una massa inerte e indifferenziata, oppure ognuna potrebbe avere le proprie caratteristiche, proprio come le infinite sfaccettature dell’animo umano.

Ma tornando a noi questo sarà un buono o un cattivo pastore? Sicuramente la giovane età potrebbe indicare una mancanza di esperienza, ma anche una maggiore genuinità. Un altro indizio può essere l’abbigliamento. Indossa una pelle di pecora, quindi le scuoia per farsi gli abiti? Ma potrebbe anche essere più innocentemente una maglia di lana grezza, le ha solo tosate e si veste così per essere simile a loro. L’interpretazione rimane aperta.

Voi cosa pensate di questo pastorello e del suo gregge? Vi sentite più pastori o pecore in questo momento?

 

Per la simbologia del pastore e delle pecore ho consultato: Lurker, M. (1990) Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, Milano, Edizioni San Paolo.

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Le Napoletane

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Le carte da gioco Napoletane sono composte da un mazzo di 40 carte di 51×82 mm. Sono a semi spagnoli che rispetto ai semi italiani presentano alcune differenze: le coppe hanno forma più tondeggiante, i denari sono meno stilizzati e di colore giallo, le spade sono a lama dritta invece che ricurva, i bastoni hanno forma di clave o randelli invece che di scettri.

I semi hanno un valore da 1 a 7 e non presentano indici (come di norma per le carte italiane), più le 3 figure: fante, cavallo e re.

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Le figure sono intere, quindi con un verso definito e, a seconda del seme, poggiano su un terreno di colore diverso: rosso per coppe, verde per bastoni, giallo per denari e blu per spade. I cavalli hanno un terreno leggermente più particolareggiato che ricorda una strada lastricata. Questi stessi colori compaiono su tutte le figure con diverse disposizioni e proporzioni più due diverse sfumature di rosa per l’incarnato e il marroncino per capigliature e cavalcature. Unica eccezione la fa il cavallo di bastoni che non presenta il colore blu in nessuna parte della figura.

figure

I fanti, non a caso detti donne, hanno tratti vagamente femminili: privi di barbe, con capelli lunghi e cappelli piumati. Reggono tutti nella mano destra l’elemento del loro seme, ad eccezione di quello di spade che ha una spada capovolta nella sinistra e un ramo di palma nella destra. Sono tutti visti frontalmente, solo quello di bastoni è di profilo. Il fante di coppe tiene una bacchetta con la sinistra mentre quello di denari ha la mano sinistra in un piccolo borsello da cui sembra stia per estrarre del denaro.

I cavalli sono visti di profilo, coppe e spade guardano verso destra, denari e bastoni verso sinistra. Hanno tutti baffi, denari e bastoni hanno anche barbe a punta. Impugnano l’attributo del loro seme con la destra e le redini con la sinistra tranne bastoni che ha le mani invertite. La spada impugnata dal cavallo di spade è piuttosto particolare: sembra non avere manico e, unica eccezione nel seme, è ricurva.

I re hanno la corona del colore del terreno. Il re di bastoni è l’unico che guarda verso destra e ad avere solo baffi senza barba, impugna un bastone con la sinistra mentre regge un lembo del mantello con la destra. Quello di spade impugna una grande spada con la destra ed è in posa vagamente marziale, ha al collo un medaglione con un volto umano. I due restanti re non impugnano il loro seme ma questo compare “volante” sopra la loro spalla. Il re di coppe impugna uno scettro, ha un rombo sul petto e un mantello di pelliccia sulle spalle. Quello di denari, detto anche matta perché in alcuni giochi ha un valore variabile, ha l’interno del mantello particolarmente decorato e tiene la mano sinistra sull’elsa di uno spadino.

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Gli assi sono rappresentati da una grande figura dell’elemento del proprio seme che copre tutta la carta ad eccezione di quello di denari che è più fantasioso. Si tratta di un’aquila a due teste con il corpo a forma di anello, con le zampe regge un nastro con scritto il marchio del produttore e nell’insieme la forma della figura ricorda un 8. La coppa è decorata con un volto umano e un bocciolo floreale nel pomello del coperchio. Il bastone leggermente ricurvo presenta delle fronde o foglie. La spada è all’interno del fodero con una piccola decorazione di un profilo umano e la cintura slacciata ricorda la forma di un serpente.

I semi hanno una combinazione di colori che li caratterizza. Le spade hanno lama blu ed elsa gialla. La loro foggia è di due tipologie diverse: quella del 2 e del 3 ha lama lunga, elsa più elaborata ed è impreziosita da un nastro rosso che si avvolge intorno alle lame.

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denari sono costituiti da monete gialle con dettagli in nero decorate col simbolo del sole. Anch’esse hanno due tipologie: quelle del 6 e del 7 sono più piccole e stilizzate, con raggi triangolari, mentre le altre presentano un volto all’interno di ciascun medaglione ed hanno raggi triangolari o a forma di petalo. Particolare il 5 che ha sia i petali nel medaglione centrale che i raggi in quelli agli angoli.

Sia bastoni che coppe presentano una combinazione di rosso, verde e giallo. Come per gli altri semi le carte di valore più basso hanno immagini più grandi e dettagliate, in particolare i bastoni hanno forma più elaborata e rigogliosa con foglie sporgenti.

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I 4 di coppe e denari presentano il marchio del produttore al centro della carta mentre il 4 di spade ha un ramo fiorito.

Infine due carte sono piuttosto particolari. Il tre di bastoni presenta una testa baffuta che unisce in un mazzo i 3 bastoni, per i suoi tratti ferini e grotteschi è detto gatto mammone. Il 5 di spade invece presenta una scena di caccia e agricoltura con piccole figure nere che si ripetono capovolte sull’altro lato della spada centrale: il cacciatore suona la tromba seguito dal cane mentre un contadino zappa il campo sullo sfondo. Questa è sempre stata la mia carta preferita del mazzo.

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Io posseggo una vecchia edizione Dal Negro con scatola rossa. Il dorso delle carte è decorato a cubi in prospettiva che viene mostrato anche nel retro della confezione. Oltre alle 40 carte del mazzo sono presenti due carte salva mazzo aggiuntive con degli scudetti, uno col marchio Dal Negro e l’altro con i simboli dei semi francesi.

Il Grande Buddha del Monastero di Po Lin

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Il monastero di Po Lin si erge a 450 metri di altezza sull’altopiano di Ngong Ping, nella catena montuosa di Lantau Island, l’isola più grande di Hong Kong. Per raggiungerlo si può utilizzare un complesso sistema di funicolari che collega le diverse parti dei monti o percorrere in pellegrinaggio svariati km di scalinate in mezzo alla foresta. Noi abbiamo optato per la funicolare…

L’esperienza non è stata comunque molto rassicurante, con la cabina dotata di vetri su ogni lato, compreso il pavimento. Al prezzo di brividi e vertigini abbiamo comunque guadagnato una vista mozzafiato.

Salendo però la nebbia diventava sempre più fitta ed arrivati alla nostra meta avevamo ormai una visibilità di appena pochi passi davanti a noi. Ammetto che non siamo stati fortunati col tempo ma ho apprezzato comunque la visita: la nebbia regalava qualcosa di magico in quegli splendidi luoghi, ci si muoveva in un’atmosfera irreale, come in un sogno.

 

E finalmente, salita l’ennesima scalinata, ecco delinearsi davanti a noi la sagoma colossale di Tian Tan, il Grande Buddha. Questa statua in bronzo alta 34 metri è stata costruita in 12 anni e raffigura Buddha seduto su un grande fiore di loto che alza la mano destra in gesto di benedizione. La testa è leggermente inclinata verso il basso, come se questo colosso guardasse con tenerezza i minuscoli pellegrini che gli rendono omaggio.

 

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Presepe Napoletano in miniatura

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Un viaggio nel profondo…

Il Presepe è una tradizione popolare semplice  e complessa insieme. Semplice perché adopera materiali poveri e perché arriva direttamente al cuore di chi lo guarda senza bisogno di dotte elucubrazioni. Complessa perché intrisa di una fitta rete di simboli che per definizione si aprono ad innumerevoli significati non pienamente esprimibili a parole poiché non comunicano con la nostra parte razionale ma con quella emotiva e sensibile.

Per questo chiunque guardi un Presepe o si soffermi ad esaminarne un elemento compirà un viaggio unico e personale, forse vedrà anche un po’ di se stesso.

Qui di seguito proverò a dare un accenno ad alcuni significati, tenendo presente che nessuna interpretazione può essere definitiva né tanto meno esaustiva.

Tra le varie tradizioni presepiali, quella Napoletana è di certo la più famosa, quella che “ha fatto scuola” un po’ in tutta Italia e non solo. Basta notare come perfino tra i pastori di plastica che si trovano sugli scaffali del supermercato sotto Natale non manchino mai molti dei personaggi tipici del presepe Napoletano come il pescatore o il pastore che dorme, Benino. Spesso non sono nemmeno correttamente interpretati dai produttori: ad esempio mi è capitato di leggere la dicitura generica di “donna con bambino” su una statuina che non poteva essere altri che la zingara.

La peculiarità che più contraddistingue il presepe Napoletano da quello delle altre tradizioni è la sua stessa struttura, il cosiddetto scoglio: il paesaggio e la base su cui poggiano le statuine di terracotta dipinta, i “pastori”.

 

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lo scoglio

Lo scoglio è tradizionalmente assemblato partendo da un’ossatura di legno poi ricoperta di corteccia di sughero, per dare l’aspetto della pietra, e di muschio, per riprodurre la vegetazione. Assume così l’aspetto di un monte e si articola in una serie di discese fino al piano più basso su cui si aprono tre grotte.

Vedendo questa struttura a punta, di “pietra” e muschio , non è difficile intuire il perché del nome: si ha davvero l’impressione di essere davanti a uno scoglio inverdito dalle alghe, come se i Napoletani avessero voluto portare un po’ del loro mare anche sui monti di Betlemme.

Questa struttura ha anch’essa un profondo significato simbolico. Si articola come un percorso tortuoso verso il basso, interpretabile come una scoperta, un viaggio iniziatico scandito da tappe ben precise. Non a caso (e quando si parla di simbologia niente è lasciato al caso) il percorso è in discesa: rappresenta l’introspezione, la scoperta di sé, come se solo facendosi umili, tornando alle radici, insomma abbassandosi, ci si possa veramente elevare.

Questo viaggio inizia dalla parte più alta. Qui si trova il primo personaggio tipico della tradizione Napoletana: Benino. E’ un giovane pastore raffigurato mentre dorme, spesso accompagnato dalle sue pecorelle. Secondo i Vangeli, l’Angelo diede l’annuncio della nascita del Salvatore ai pastori che dormivano tra le greggi. Essendo posto alla partenza Benino appare come il protagonista del percorso. Si dice che stia sognando il Presepe, inteso come materializzazione delle sue immagini oniriche e che quindi svegliandolo tutto sparirebbe.

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Benino tra le pecore

La prima tappa, o il primo personaggio incontrato da Benino è il cacciatore. Questo è anacronisticamente rappresentato col fucile, ma si deve tener presente che non si tratta semplicemente di un’ingenuità popolare: la cosa importante non è se tenga in mano arco o fucile, ma quello che la sua figura esprime. Ritratto mentre sta prendendo la mira per sparare, comunica violenza, sopruso, dolore, morte. La prima esperienza di Benino dopo il sonno è quindi un’esperienza dolorosa, quasi sia questa la partenza per i sensi, per la coscienza, la prima cosa a cui ci si abitua vivendo. Ma senza addentrarsi troppo in significati filosofici, credo che lo possiamo capire, quando i nostri impegni quotidiani, non sempre piacevoli, ci tirano giù dal letto di forza la mattina: il cacciatore rappresenta un po’ il nostro primo stato d’animo dopo il sonno.

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il cacciatore

Nella seconda tappa Benino incontra un altro personaggio: il pescatore. Spesso è collocato nei pressi del fiume, altro importante elemento simbolico del Presepe. Personaggio legato all’acqua, ne prende il suo carattere vivificatore, mentre il fiume, spesso attraversato da un ponte, ha tutta la complessa simbologia del passaggio, non solo in senso spaziale, ma anche temporale, di stato, dalla vita alla morte. Dopo l’esperienza della violenza avuta col cacciatore si ha così col pescatore una sorta di sollievo, di rinascita. “Allora non c’è solo dolore” pensa il pastorello.

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il pescatore

Benino continua a scendere il fiume e finalmente arriviamo con lui a valle. Qui incontra un terzo personaggio: la lavandaia. Questo personaggio si fonde con la levatrice che aiutò Maria nel parto. Rappresentata mentre lava i panni ad una fontana o nelle stesse acque del fiume è associata al candore, alla purezza. Benino ha fatto esperienza del bene e del male e qui arriva a una sorta di conciliazione, conosce finalmente il perdono e la pace. Il pastorello è pronto per proseguire ma il viaggio non mancherà di pericoli.

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la lavandaia

Arriviamo adesso alla prima grotta, una galleria da cui esce un carro trainato da un toro. E’ carico di botti di vino ed alla sua guida c’è il Ciccibacco. Potrebbe essere il vinaio che rifornisce l’oste, ma perché se ne sta andando con tutte le botti? Ma Benino non è attratto da tutto quel vino né dalla faccia rubiconda del carrettiere. Prova anzi un senso di sollievo per la sua partenza, ma perché? Merito forse della lavandaia? Benino è infatti adesso tutto rivolto alla ricerca del Vero Bene, di conseguenza ha rinunciato ad ogni forma di paganesimo, inteso non solo come credenza nelle antiche religioni ma anche come idolatria verso i beni mondani e i falsi valori. Il Ciccibacco rappresenta infatti la vecchia religione che con la nascita di Cristo lascia la terra. Il nome stesso del personaggio e l’associazione col vino rimandano ai culti orgiastici di Bacco.

 

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il Ciccibacco lascia la grotta

Più avanti c’è un pozzo e lì accanto una donna dalla pelle scura, tiene in braccio un bambino. Si tratta della zingara. Il pozzo fin dall’antichità veniva percepito come collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti e spesso vi si svolgevano vaticini ed oracoli. La stessa zingara, associata alla lettura delle mani e ai tarocchi, è un personaggio profetico. Il bambino in braccio predice la fuga in Egitto di Maria e Giuseppe mentre in un’altra  versione ha i ferri in mano e predice la passione di Cristo (i chiodi della Croce). Quindi a questo punto del percorso c’è un presagio: un’intuizione di un futuro dolore o pericolo.

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la zingara e il pozzo

Benino proseguendo è arrivato finalmente nei pressi della grotta centrale e già ode il dolce suono delle zampogne. Ma proprio sul finire del percorso qualcosa lo distoglie dalla meta. Scorge poco più avanti, un’osteria. Sulla soglia un uomo panciuto e gioviale lo invita ad entrare, si tratta dell’oste. Dietro di lui si intravede anche un avventore intento a mangiare. La tentazione dura però solo un istante e Benino, preso da una strana inquietudine, decide di ignorarlo. Forse l’ammonimento della zingara lo ha dissuaso? L’osteria, collocata all’interno della terza grotta, è un po’ l’antitesi della grotta in cui nasce Gesù: simbolo dei piaceri terreni  e di ogni vizio ed eccesso, richiama l’albergo che negò ospitalità a Maria e Giuseppe menzionato nei Vangeli. L’oste è quindi simbolo di tentazione ed è identificabile col diavolo, accanto a lui possono essere rappresentati uno o più avventori ai tavoli, forse le anime che è riuscito a ghermire?

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l’osteria

Benino è stato bravo e rifiutando l’invito dell’oste può finalmente entrare nella grotta centrale, quella con la Natività, chiamata anche Mistero. Gli zampognari sono ai lati della soglia e rendono omaggio al Bambino. Sono generalmente due, uno vecchio che suona la zampogna e l’altro giovane suona la ciaramella (un flauto di legno). Oltre le diverse età dell’uomo esprimono altre dualità: vita e morte o anche anno vecchio e anno nuovo si incontrano davanti alla grotta. Allo stesso modo il bue e l’asino sono una dualità che finalmente qui trova soluzione: Oriente e Occidente, insomma tutti i popoli della terra, uniti al cospetto del Salvatore. Il Bambino Divino è sulla mangiatoia che porge le mani, accanto Maria e Giuseppe e sopra di loro un Angelo: è l’Angelo della Gloria, spesso raffigurato con in mano il cartiglio dell’Inno Angelico “Gloria in excelsis Deo”. Il pastorello è arrivato finalmente a contemplare il Mistero.

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la grotta della Natività

Come piccolo omaggio alle mie origini Campane ho realizzato un presepe Napoletano in miniatura: lo scoglio misura 20x14x11 cm e i pastori hanno un’altezza di circa 2,5 cm.

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Mi sono attenuto alla tradizione sia nella struttura dello scoglio che nell’utilizzo dei materiali. Ho usato un piccolo tagliere come base di legno su cui ho costruito la parte rocciosa lavorando dei tappi di sughero infine coperti dal muschio.

Ho voluto mantenermi parco con l’uso dei colori, per non coprire il bell’effetto del sughero e del muschio. Inoltre i colori ridotti al minimo acquisiscono spessore e si caricano di significato. Ho dato una nota di grigio alle scalinate lungo le discese, per distinguerle dal resto dello scoglio e ho sporcato di rosso l’interno dell’osteria per imitare il bagliore del fuoco e conferirgli un aspetto “infero”. Ho colorato di grigio pietra anche il pozzo ed il ponte, per evidenziare anche questi elementi. Trovo che l’effetto finale dello scoglio sia gradevole: i personaggi sono ben visibili e pur molto piccoli non si perdono tra la vegetazione, il blu notte del cielo crea un bel contrasto sullo sfondo e il fiume azzurro spezza la monotonia cromatica del paesaggio. Inoltre trovo molto suggestivo che la cometa, Benino, la fonte da cui sgorga il fiume, l’angelo e Gesù Bambino si trovino tutti allineati sullo stesso asse al centro.

Ho modellato i pastori in argilla e poi li ho cotti e dipinti a mano. Anch’essi rispettano la tradizione sia nel materiale (terracotta) che nei personaggi. Per motivi di spazio mi sono limitato ai soli personaggi principali ma avrebbero potuto essere molti di più.

 

 

A causa delle ridotte dimensioni delle statuine ho deciso di incollarle per non rischiare cadute o perdite ma ho lasciato mobili sia il Bambino che i Re Magi per rispettare la tradizione che vuole si collochino rispettivamente il 25 Dicembre ed il 6 Gennaio.

Per chi volesse sapere di più sul Presepe Napoletano consiglio questo sito a cui devo gran parte delle mie conoscenze sull’argomento.

 

La Locanda dei Quattro Cantoni

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La Locanda dei quattro cantoni” è un semplice ma divertente gioco di prestigio che si fa con le carte da gioco. Tuttavia, anche se l’effetto è di sorpresa e magia, non necessita di nessun trucco né doti di destrezza, chi lo esegue dovrà solamente seguire il procedimento e il gioco riuscirà automaticamente!

Da un mazzo di carte Napoletane si prelevano Assi, Fanti, Cavalli e Re tenendoli separati in 4 mazzetti, uno per ogni diverso valore. Si prende poi il 4 di un qualsiasi seme (io adopero il 4 di Denari ma è una scelta puramente di gusto) e si appoggia scoperto sul tavolo a rappresentare la Locanda dei quattro cantoni.

 

A questo punto si inizia a raccontare la storia:

C’era una volta una locanda. Era chiamata la Locanda dei quattro cantoni perché aveva solo 4 stanze agli angoli.

Una sera d’inverno soffiava una gran bufera. Quattro soldati, in marcia per raggiungere il campo di battaglia, giunsero alla locanda e decisero di sostarvi per la notte. L’oste li accolse facendoli alloggiare ciascuno in una stanza…

A questo punto si prendono i Fanti e si appoggiano scoperti sul tavolo agli angoli della carta di valore 4. Poi si riprende a raccontare la storia.

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Dopo poco tempo giunsero anche quattro cavalieri diretti al castello del loro signore, ma i cavalli erano esausti quindi decisero di fermarsi per la notte. L’oste con rammarico disse loro che le stanze erano già tutte occupate ma i cavalieri con velate minacce gli fecero capire che non avrebbero accettato un rifiuto. Fortunatamente per l’oste i soldati, abituati agli alloggi della caserma, non ebbero problemi a dividere le stanze con i cavalieri…

Questa volta si posizionano sul tavolo i Cavalli, ciascuno su uno dei quattro Fanti, poi si riprende la storia.

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Arrivarono in seguito quattro monaci in pellegrinaggio. Chiesero asilo per la notte e quando l’oste rispose loro che le stanze erano tutte occupate lo supplicarono di non lasciarli al freddo e al gelo. L’oste impietosito chiese di fare un po’ di spazio anche a quei sant’uomini…

Si posizionano gli Assi sui quattro Cavalli. Si continua a raccontare.

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Quattro Re, in viaggio per affari di Stato arrivarono alla locanda. La neve continuava a cadere e il vento a soffiare. Anche loro chiesero alloggio per la notte ma l’oste mortificato disse loro che le stanze disponibili erano terminate. I Re si indignarono che proprio a loro fosse negata l’ospitalità  così l’oste a capo chino li guidò ciascuno in una stanza e nessuno degli altri inquilini osò obbiettare…

Si collocano i Re sugli Assi e si continua la storia.

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Durante la notte però i Re si lamentarono con l’oste perché non riuscivano a chiudere occhio: i soldati russavano, i cavalieri erano sonnambuli e i monaci parlavano nel sonno! Lo minacciarono che se non fossero riusciti a dormire gli avrebbero fatto tagliare la testa! L’oste preoccupato si sedette un istante a pensare, poi gli venne un’idea: fece uscire tutti dalle stanze, li riunì, li mischiò tra loro e poi li fece tornare a caso agli alloggi…

A questo punto si voltano a faccia in giù i quattro mazzetti e si mettono uno sopra all’altro in senso orario. Si taglia più volte il mazzo tra le mani (senza mischiarlo!) facendolo tagliare una o più volte anche allo spettatore, infine si mettono le carte coperte una per una in senso orario attorno alla carta centrale a riformare i quattro mazzetti.

Chiederemo poi allo spettatore se secondo lui l’oste è riuscito a salvarsi la testa e lo inviteremo a scoprire uno dei quattro mazzetti e a controllarlo. Se si sono eseguite le azioni correttamente il mazzetto sarà formato da carte dello stesso tipo (come tutti gli altri mazzi). A questo punto ricordandoci l’ordine di entrata delle figure (prima Fanti, poi Cavalli, Assi e infine Re) sarà possibile per noi prevedere anche la posizione esatta delle restanti figure considerando che bisogna contare le posizioni in senso orario. Ad esempio se lo spettatore avrà scoperto il mazzetto degli Assi, sapremo che quello immediatamente dopo in senso orario sarà quello dei Re e quello prima quello dei Cavalli; se invece si fosse scoperto il mazzetto dei Fanti avremmo avuto i Cavalli una posizione dopo e i Re una posizione prima e così via. Possiamo sfruttare questa conoscenza in modo scenografico ad esempio bussando sul tavolo accanto ad ogni mazzetto coperto chiedendo: <<chi c’è in questa stanza? >> e dopo aver avvicinato l’orecchio come a sentire la risposta potremo annunciarlo prima di scoprire i restanti mazzetti. Infine concluderemo la nostra storia.

Così i Re poterono dormire e l’oste ebbe salva la vita

Ma qual è il segreto? come fa a riuscire senza bisogno di intervenire sulle carte in alcun modo? Questo è proprio il fascino del gioco, il fatto che noi non dobbiamo fare niente, accade tutto da sé, perché sta tutto nelle carte!

C’è una regola di rapporto matematico: seppur spezzandone ed invertendone la sequenza la distanza tra le figure rimane immutata.

E siccome pensano a tutto le carte noi possiamo concentrarci sul racconto, la parte che meglio ci permette di intrattenere, incuriosire e divertire chi abbiamo davanti. Naturalmente non siete costretti ad imparare la storia a memoria, sentitevi liberi di personalizzarla ed improvvisare a piacimento. Non siete costretti nemmeno ad usare le carte Napoletane, tenete però presente che la storia e i personaggi potrebbero dover essere modificati, ad esempio se usate le carte a semi francesi al posto dei cavalieri ci saranno delle regine… Buon divertimento!

Portachiavi uomo di legno

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L’uomo di legno (Mook Yan Jong nella trascrizione dal Cinese) è un attrezzo tradizionale per l’allenamento di alcune arti marziali cinesi.

E’ tipico in particolare del Ving Tsun Kung Fu, in cui la quarta delle sei forme complessive del sistema è interamente svolta con l’ausilio di questo attrezzo.

E’ costituito da un corpo cilindrico da cui si dipartono le tre “braccia” di forma tronco-conica: le due superiori si uniscono alla base formando una V e in alcune versioni sono simmetriche mentre in altre sono posizionate ad altezze leggermente diverse, il braccio inferiore invece è centrale e perpendicolare rispetto al piano frontale. Nella parte inferiore del tronco c’è una “gamba” angolata a simulare l’articolazione del ginocchio.

Questo strumento nacque probabilmente dall’impossibilità di avere sempre a disposizione un partner di allenamento, quindi si ideò qualcosa che lo sostituisse. L’uomo di legno infatti rappresenta schematicamente, nella forma e nelle dimensioni, l’avversario con cui il praticante impara ad interagire con movimenti difensivi, offensivi e con gli spostamenti.

Essendo completamente di legno e ancorato al muro, o in alcune tipologie a terra, simula un avversario particolarmente forte, stabile e pesante. Non potendo smuoverlo bisogna imparare a cedere, essere mobili, flessibili e a plasmare i propri movimenti su di esso.

 

Non è fatto infatti, come alcuni credono, per condizionare gli arti rendendoli insensibile al dolore derivante dall’impatto sul legno. Al contrario serve ad imparare ad imprimere energia e vibrazione evitando però i traumi che deriverebbero dal cozzare contro qualcosa di rigido, come le ossa e i muscoli dell’avversario,  ammortizzando l’impatto con movimenti morbidi e rilassati.

Prendendo a modello il mio stesso Mook Yan Jong ho realizzato un portachiavi che lo riproduce in miniatura. E’ lungo circa 9 cm e il materiale è ovviamente il legno.

Ho infine  regalato il portachiavi così ottenuto al mio Maestro di Ving Tsun.

Diorama con Dinosauri Origami

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diorama

In occasione del primo giorno di scuola di mio nipote, appassionato di dinosauri, ho voluto regalargli un diorama popolato da dei dinosauri origami.

Non so precisamente perché a molti bambini piacciano tanto i dinosauri, ma anch’io sono stato uno di quei bambini, quindi mi è sembrato più che doveroso assecondare gli interessi di mio nipote.

L’origami, si sa, è un’antica arte giapponese che consiste nel creare ogni genere di figura, personaggio, oggetto o animale piegando dei fogli di carta. Il nome stesso “Origami” deriva dalle parole giapponesi che significano “carta piegata” ed infatti il tipico origami è una figura realizzata partendo da un foglio di carta quadrato, unicamente tramite la piegatura del foglio, senza parti ritagliate o incollate.

dinosauriDevo dire che c’è una grandissima varietà di modelli origami che rappresentano diversi tipi di dinosauri, spesso con più varianti per la medesima razza. Io ne ho fatti sei, cercando di dare varietà e completezza pur rimanendo nella semplicità di realizzazione. Così ho dato forma all’Apatosauro (più impropriamente detto Brontosauro), al Triceratopo, allo Pteranodonte, allo Stegosauro e naturalmente non potevano mancare il Velociraptor e sopratutto il grande protagonista del Cretaceo: il Tirannosauro!

Ho apportato qualche piccola modifica ai modelli originali perché si adattassero meglio ai miei gusti e alle mie esigenze. Ho aggiunto gli artigli alle zampe posteriori del Velociraptor perché nonostante siano il suo tratto distintivo mancavano nel modello base; ho dato più forma e articolazioni alle ali dello Pteranodonte, a mio avviso troppo semplicistiche e per il Triceratopo credo di non aver seguito bene le istruzioni perché è venuto molto diverso… ma fortunatamente assomigliava ancora ad un Triceratopo quindi l’ho tenuto!

Non volevo che lo scenario stonasse per forme, materiali o colori coi pupazzetti origami, volevo anzi che questi si muovessero in un mondo che sembrasse naturale per loro, esattamente quello che ci si aspetterebbe abitino dei dinosauri di carta. Quindi ho usato carta e cartone, mantenendo le stesse tinte pastello dei dinosauri e ho cercato di dare forme geometriche a tutti gli elementi del paesaggio.

Sono partito da una scatola da scarpe di cartone. Volevo che assolvesse alla doppia funzione di scenario di gioco e contenitore per gli origami quando non usati. Ho tagliato i bordi in modo che uno dei lati lunghi si aprisse sollevando il coperchio. Ho rivestito la scatola esternamente con della carta da pane, stropicciandola così da creare un effetto pietra che ricordasse i fossili. Internamente l’ho tappezzata con la carta origami di vari colori realizzando un prato e il cielo.

A quest’ultimo ho voluto dare un effetto “albeggiante” sovrapponendo tonalità di giallo e arancione prima dell’azzurro: mi sembrava particolarmente adatto per quel mondo preistorico e colorato, un po’ a rappresentare l'”alba dei tempi”. Sulla faccia interna del coperchio ho ricavato un’altra sezione di cielo in modo che posizionato dietro alla scatola aiutasse a dare un senso di profondità e tridimensionalità. Sullo sfondo del cielo ho sagomato i profili di montagne e vulcani in eruzione per dare l’idea di un mondo grezzo e violento, ancora in formazione.

Sul prato ho collocato delle figure piramidali a rappresentare una foresta di conifere e accartocciando della carta verde ho ricavato i cespugli. Infine ho realizzato uno stagno con delle ninfee per dare varietà allo scenario.

A gioco concluso il diorama può agevolmente tornare una scatola ed essere riposto con facilità!